LA CONSAPEVOLEZZA DI SE' E LA CAPACITA' DI PERFORMANCE

Sfruttare o sviluppare le risorse umane?

Diceva un saggio che bisogna conoscere profondamente noi stessi per poter vivere degnamente da essere umani , rispondeva un altro saggio che finché stiamo meditando profondamente su noi stessi gli altri conquistano i mercati migliori, ci seducono la donna, fanno carriera e occupano i posti migliori a teatro e al cinema.
Chi dei due era più saggio? Naturalmente nessuno dei due, vi risponderebbero alla to gnothi sautòn. L'essere umano è più complicato della saggezza, di qualsiasi saggezza, egli è straordinariamente capace di essere soggetto, abile nel migliorarsi indefinitamente e nell'autoprogrammarsi liberamente ma non può e non deve sottrarsi al vivere in continua interazione con un mondo esterno che ha le sue leggi, i suoi ritmi ma soprattutto i suoi tempi oggettivi e se l'essere umano si ferma troppo per "migliorarsi" alla fine perde l'aereo e non arriva mai da nessuna parte.

Sviluppo del soggetto e performance: nessuno di questi due poli può essere negato.
Nulla ha successo come il successo si dice (e un successo sicuramente e brillantemente oggettivo, ovviamente), ma non possiamo non chiederci, se non siamo miopi, ma molto miopi: il successo di che tipo di persona?
Che tipo di essere umano (e quindi di reali possibilità a lunga scadenza) stiamo realmente programmando?
Le persone che hanno successo determinano poi il futuro e che futuro possono avere una azienda, una organizzazione, uno stato determinati da persone non consapevoli di sé?
E quindi: può durare a lungo un successo che non ha vere radici nella soggettività dell'essere umano?
"I tuoi soldati vinceranno solo se avranno più paura di te che del nemico" pare pensassero Attila e Goetz
"I tuoi soldati vinceranno solo se saranno convinti più di te dei motivi della guerra" pare pensassero Cesare e Carlo Magno.
Nessuno può dubitare dei successi di Attila, che lasciò però dietro di sé rovine e un popolo che sparì dalla storia.
A lunga scadenza potrebbero sembrarci meglio Cesare e Carlo Magno anche se l'opera di Attila non fu certo priva di una sua efficacia non trascurabile.
Restando alla storia d'oggi, momento quasi magico di precario equilibrio tra la saggezza e la follia, ci pare sia obbligatorio chiederci: è meglio puntare ad una economia di sfruttamento delle risorse umane o ad una economia di sviluppo delle risorse umane? (dato per scontato che per l'attività di qualsiasi struttura operativa aziendale pubblica o privata valga la pena di investire veramente in risorse umane)
Anche gli schiavisti intelligenti sapevano che investire in schiavi voleva dire in qualche modo migliorarli, se no erano un pessimo investimento.
Certo per il dirigente che si trova in una difficile situazione di gestione aziendale, per l'uomo politico con un drammatico e urgente problema e per il militare che deve vincere in circostanze avverse e poco controllabili il pragmatismo assoluto può sembrare perfetto e qualche volta può anche esserlo.
Per salvare uno che sta velocemente annegando ci vuole decisione immediata, abilità e coraggio: non c'è tempo di fare corsi di nuoto e tantomeno corsi di acquaticità, da ciò si trae purtroppo spesso l'idea che tutto debba essere sempre così.

Perché perdere tempo a sviluppare le risorse umane quando è così facile sfruttare quelle che ci sono già?
Cerchiamo di vedere le due cose in una prospettiva tattica e in una strategica.
Nel breve termine è chiaro che poche strutture possono permettersi(o credono di potersi permettere) di investire abbastanza in un vero programma di sviluppo delle risorse umane.
A molti responsabili pare che la pressante necessità di tenere bassi i costi, la notevole difficoltà a formare realmente i dipendenti su basi soggettive culturali e personali efficaci, la scarsa affidabilità della libertà dei singoli come fonte di ricchezza rendano utopiche e perdenti tutte le forme di sviluppo serio e metodico delle risorse umane.
A questo si aggiunga che non pochi responsabili hanno un rifiuto violento e viscerale (a volte inconscio, a volte conscio, a volte per motivi chiarissimi ma inconfessabili) a rinunziare al potere assoluto, al gusto del mobbing, al mantenere quindi volutamente in stato di inferiorità e di confusione i loro dipendenti.
Persino alcuni corsi di formazione per dirigenti (anche molto di moda) insegnano esplicitamente a cercare di capire (?)i dipendenti nel senso di cogliere i loro aspetti comportamentali e, in realtà, le loro debolezze per sfruttarle meglio e renderle strumenti più efficaci di rapidi successi.
Non si può negare che questi metodi abbiano una loro efficacia (come quelli di Attila): le cose che vengono insegnate sia per lo sviluppo personale che per il controllo degli altri sono vere, nel senso che fanno proprio parte dell'essere umano.
E' vero che siamo esseri limitati, in cui si possono facilmente cogliere , per esempio, dal gestire o dai movimenti degli occhi cose che vorremmo tenere nascoste (magari anche a noi stessi) e che possiamo anche essere facilmente condizionabili ad agire funzionalmente senza troppe storie e in qualche modo "automaticamente" .
Qualcosa di simile alle suggestioni della "mente bicamerale" di Julian Jaynes , forse, che in questo caso sospenderebbero, non sostituirebbero la coscienza (almeno si spera) o più semplicemente qualcosa di simile ad un semplice addestramento.
Se questi metodi funzionano perché non fermarci qui e basta?
Essenzialmente perché gli esseri umani reali sono anche ma non solo quello che abbiamo appena detto e quello che viene sostenuto dai difensori della scorciatoie psicologiche.
E' certamente possibile con un adeguato addestramento guidare un auto o usare un computer o far volare un aereo senza avere la minima idea di come siano fatti e di perché funzionino , così è possibile usare un essere umano (anche sé stessi) senza avere la minima idea di cosa e di chi sia; nel breve termine questo uso funziona, entro certi limiti, se l'addestramento è buono.
A lunga scadenza però si crea un vuoto di comprensione e di sapere che non può che dimostrarsi negativo per i fini stessi per cui era stato creato.
Possiamo fidarci di una cultura del lavoro senza fondamenta nella profondità della natura umana, di una cultura che sta in piedi solo sulla capacità di piegare gli altri o di piegare sé stessi a determinati fini immediati?
Le piante senza radici muoiono.
Pensiamo ad una azione di due commandos : uno in cui ciascun uomo è preparato perfettamente e condizionato solo a un compito specifico che deve "ingranarsi" perfettamente con tutti gli altri: se appena qualcosa va storto tutto fallisce; l'altro invece è formato da uomini tutti consapevoli e convinti dell'azione in tutti i suoi aspetti : di fronte all'imprevisto anche uno solo potrà portare a termine il compito, se ce n'è la minima possibilità.
Naturalmente la realtà non è mai così semplice ma questo esempio è una traccia da seguire per valutare le scelte strategiche sulla consulenza aziendale riguardante le risorse umane, e anche la metodologia della selezione del personale, spesso troppo tecnicistica.


L'adattabilità consapevole e il rispetto costruttivo
Il mondo in cui viviamo è in continuo mutamento ed è difficile perfino per le istituzioni di grande prestigio e con ottimi sistemi di valutazione fare previsioni attendibili anche su periodi piuttosto brevi: i fattori che influenzano lo sviluppo (o il non sviluppo) della economia sono sempre più vari e, ci pare di poter dire, meno tecnici e più umani.
Non occorreva attendere l'11 settembre e il suo violento impatto emotivo per accorgersene ma da quella data è divenuto impossibile non prendere in considerazione ad ogni livello il dirompente potere e l'imprevedibilità della mente umana (guidata dalle storie che noi uomini sappiamo abilmente raccontare e raccontarci).
In questo mondo così strano in cui spesso gli esperti sembrano ora così poco esperti sembra più necessario di prima dare un nuovo valore alla capacità umana di autodeterminarsi, di adattarsi, di divenire consapevolmente.
Serve meno saper dirigere dominando e condizionando (e avere dipendenti dominabili e condizionabili) e serve di più avere, in ogni posizione, essere umani autonomi e consapevoli, capaci di essere flessibili, capaci di responsabile autonomia, capaci di affrontare con elasticità e coraggio i rischi del nuovo, persone così libere da poter obbedire, senza sentirsi sminuite, per rispetto della oggettiva necessità della gerarchia e non per paura o per interesse o per incapacità di decidere loro stessi.
Tutto questo è possibile solo a persone coscienti, profondamente radicate in una storia soggettiva vera e credibile e contemporaneamente radicate pienamente nella propria energia vitale.
La possibilità di formare persone con queste qualità è la sfida che un gruppo di operatori ha posto a sé stessi e ai propri clienti.
Creare nelle strutture operative, con un investimento a lunga scadenza per tutti, una atmosfera di adattabilità consapevole e di rispetto costruttivo.

La conoscenza di sé: la storia e la biologia.
Le basi teoriche della to gnothi sautòn sono complesse, l'impatto operativo è semplice.
La visione dell'essere umano è ottimista in profondità e pessimista in superficie: tutti abbiamo un sacco di problemi ma tutti abbiamo la capacità reale di migliorare e soprattutto in tutti ci sono una energia e una intelligenza vissute in modo estremamente riduttivo rispetto alle possibilità, quindi ampiamente sviluppabili.
Il punto cardine dell'attività sautòn è però lo sforzo di condurre tutti alla acquisizione consapevole del fatto che siamo un impasto di storia (personale e collettiva) e di biologia: il saper vivere e muoversi coscientemente in questi due campi dà un senso nuovo alla vita ed apre possibilità di sviluppo personale e funzionale originali e veramente creative.

Saper narratizzare.
La prima cosa che è necessario capire è in cosa consista l'essere coscienti (conscious, secondo Jaynes) nel senso moderno che è ben diverso dall'essere senzienti o capaci di giudizio critico o di attività intellettuale, artistica o motoria, anche di livello elevato.
Essere coscienti significa prima di tutto essere capaci di narratizzare (to narratize), essere capaci cioè di raccontare sé stessi come soggetti di una storia distribuita con ordine nel tempo.
Questo tempo, che noi non possiamo che rappresentarci in modo spaziale, con un prima e un dopo che abbiamo imparato a conoscere e ad usare per analogia dallo spazio fisico in cui viviamo e per imitazione dal linguaggio che ci hanno insegnato.
Il modo in cui, di solito incosapevolmente, ci raccontiamo la nostra storia, scegliendo alcuni fatti ed altri no, scegliendo un certo ordine o una certa serie di cause come efficienti di ciò che siamo determina la nostra interpretazione della vita e di noi stessi: è un modo per dirci chi siamo e dove andiamo secondo noi, chi è il nostro io.
Nel momento stesso quindi in cui ci raccontiamo quella storia, spontaneamente ne programmiamo e/o prevediamo in qualche modo il seguito e diveniamo così consapevoli di potere (can) o volere (will) o dovere (must) proseguirla in un certo modo.
Estrapoliamo cioè la nostra esperienza nel futuro, sulla base però della nostra storia, così come ce la siamo raccontata e cela raccontiamo (la fantasia come meccanismo di programmazione e/o di previsione del futuro).
Una capacità tipica di un capo di successo è quella di spingere gli altri esseri umani ad accettare come proseguimento logico e necessario della loro storia personale ciò che è deciso dal leader, ad entrare cioè nella fantasia programmatrice del leader e ad accettarla come propria.
Ciò può avvenire in due modi: o suggestionando gli altri e seducendoli o comprendendone profondamente la narratizzazione ed armonizzandosi con essa, aiutandoli ad essere più vicini alla realtà soggettiva ed oggettiva, cioè ad essere più profondamente sé stessi.
Il vero leader costruttivo, partendo dalla comprensione delle loro singole narratizzazioni, crea "storie" condivisibili per tutti i collaboratori, storie quindi pienamente vere sia umanamente che tecnicamente.
E' ovvio che nessuna narratizzazione può essere mai compresa completamente o perfetta ma se un operatore è capace di mantenere almeno una certa armonia tra la realtà e quello che racconta di sé e degli altri, la sua capacità di programmarsi e di programmare a lunga scadenza sarà efficace, se no disastrosamente inesistente.

La consapevolezza della narratizzazione.
Tutto ciò può avvenire più o meno consapevolmente.
Tutti noi narratizziamo ma ben pochi sono in grado di narratizzare sapendo perché e come lo fanno.
Gli interventi sia individuali che di gruppo della to gnothi sautòn mirano prima di tutto a rendere queste preziose attività mentali critiche e consapevoli; a far comprendere un po' alla volta a ciascuno perché vede se stesso in un certo modo, perché crede di essere una certa persona, di incarnare un certo io e quindi di dover e/o poter fare o non fare certe cose.
Quando facciamo questo delicato lavoro tutti ci rendiamo conto di quanto sia importante per noi e per gli altri e contemporaneamente di quanto sia difficile farlo bene.
Moltissimi fattori interferiscono (e hanno interferito) in diversi modi nella nostra narratizzazione e nella creazione quindi di quel nostro spazio fantastico in cui ci conosciamo, ci giudichiamo, ci amiamo, ci odiamo, ci programmiamo et cet.
Questi aspetti relativamente superficiali del nostro essere possono essere colti, guidati, sfruttati da un abile osservatore anche dal di fuori ma questo implica la negazione della consapevolezza e della soggettività, come dicevamo all'inizio, e quindi la fondazione di un sistema non formativo di nuove preziose risorse umane ma di pura "rapina".
Questo sistema senz'altro funziona ed è accettabile a breve scadenza ma a noi non pare sia un buon investimento per il futuro, come non lo è ogni economia di rapina.

Saper storicizzare.
Un altro aspetto meno profondo ma importante del nostro lavoro formativo è l'insegnare ad acquisire una capacità raffinata di inserire la propria storia personale in storie più vaste.
Anche in questo caso si possono costruire storie artefatte ad usum delfini, fatte cioè non per istruire e formare ma per convincere e deformare, per far credere agli esseri umani di essere diversi da quello che sono, fare cioè propaganda.
Noi invece preferiamo preparare ad una critica storica metodica (nessuno ha la pretesa di insegnare una storia vera ma di insegnare un metodo di critica corretto).
E' molto bello avere una visione ampia di quello che si sta facendo, sapere come una certa politica aziendale si inserisce in un certo contesto tecnologico, economico, sociale, culturale: sapere perché sta avvenendo quello che avviene e che senso ha il nostro contributo e magari il nostro sacrificio.

La soggettività come valore.
Se vediamo l'essere umano come puro valore oggettivo (diceva Stalin che l'individuo è solo il quoziente della massa di un milione diviso un milione e che l'io è una pura finzione grammaticale) possiamo facilmente immaginare di sottometterlo, schiavizzarlo, deturparlo, eliminarlo fisicamente anche, se serve.
Questo è esattamente l'opposto di quello che nasce dal lavoro della to gnothi sautòn:
Per noi ogni essere umano ha un valore prezioso come soggetto, fondato nella sua biologia e nella sua vita soggetttiva, (consapevolmente narratizzata e storicizzata), e l'io è una profonda e preziosa realtà a cui concorrono la nostra capacità di raccontarci una storia vera e la nostra capacità di essere radicati nella nostra realtà biologica.

La soggettività biologica.
"Il nostro respiro è il ritmo della nostra vita" , ma non solo naturalmente il respiro: l'essere vivi, il semplice fatto di essere vivi è una appassionante avventura.
Il considerarci, noi esseri viventi, semplicemente delle macchine è falso e distorce profondamente la nostra capacità di esistere e di agire.
Nei nostri corsi si insegna profondamente a "starsi a sentire", ad imparare cioè ad ascoltare con rispetto e amore il pulsare della vita in noi, a rilassarsi profondamente non per "essere più efficienti" ma per essere più noi stessi e quindi più creativi, più energici, più capaci di finalizzare consapevolmente tutte le nostre forze.
C'è una differenza enorme tra l'essere efficienti per ansia, per senso di inferiorità, per angoscia e l'essere efficienti perché questo è il modo naturale di esprimere la nostra vitalità biologica, così come vissuta nella nostra consapevole narratizzazione.
Al centro di tutto sta l'io e la sua capacità di identificarsi sia con il corpo vivo che con la sua storia criticamente narratizzata e inserita nella storia più ampia degli altri esseri umani.
Il potenziamento del respiro, lo sviluppo di capacità motorie, la liberazione delle potenzialità spontanee del nostro essere sono solo gradini, e piacevoli gradini, verso una vita più intensa, più piena e più utile.

Un po' di sano pessimismo.
Naturalmente non vogliamo e non ci sogniamo di dare al nostro lavoro alcun valore di assolutezza, di infallibilità, di definitività. Proprio perché ben consapevoli di noi stessi sappiamo quanto difficile sia la narratizzazione, la storicizzazione, la percezione soggettiva della nostra vita biologica e quindi il raggiungimento di un adeguato, efficiente ed operativo equilibrio dell'io ma siamo d'altra parte convinti che il trascurare questi aspetti sia nella scelta che nella formazione degli esseri umani (le risorse umane!) sia imperdonabilmente peggio e simile al voler far andare un auto spingendola a mano (o costringendo altri a spingerla) invece di avviare il motore.

 

 

Dottor Guido Giorgio Ligabò, medico, psicologo,psicoterapeuta