IL MOBBING: UN AGIRE INSENSATO

Come per altri aspetti della vita umana, per capire il fonomeno “mobbing” può essere utile considerare tre aspetti fondamentali dell'essere umano: quello della “narratizzazione” (che senso ha il mobbing nella narrazione che il mobber e il mobbed fanno della propria vita), quello soggettivo-energetico (il modo di respirare del “mobber” e del “mobbed”), quello storico-etologico (che senso ha il mobbing nella nostra epoca e nella storia umana in generale).

Alle radici del mobbing

Un noto detto ci avverte che “quando tutto va male e qualcuno comincia a sorridere è perché ha trovato a chi dare la colpa”. Questo atteggiamento (molto umano e molto nocivo insieme) sembra così diffuso da diventare quasi una regola nel comportamento di noi tutti. I “problemi delle colpe” ci dominano così tanto che siamo più preoccupati di liberarci da queste in qualche modo (possibilmente addossandoli ad altri, “antipatici” o solo più fragili) piuttosto che di raggiungere i fini per i quali lavoriamo o comunque dovremmo lavorare.

Paradossalmente sembra che una guerra persa lo sia meno se è possibile fucilare qualche traditore, vero o presunto. Naturalmente questa è solo una illusione e la guerra è ugualmente persa.

E' molto facile comunque che l'essere umano cerchi non la vittoria ma un colpevole o almeno una vittima, possibilmente tutta per sè.

Questi oscuri moventi generati continuamente da angosciose paure, da rabbie represse, da segreti sensi di colpa sono alla base del mobbing, visto come fenomeno frutto della sintonizzazione tra “mobber” e “mobbed”.

“Mobber” e “mobbed” sembrano infatti avere molto in comune fra di loro.

Mobber e mobbed: assenza di un senso forte di azione personale

Spesso il mobber (o i mobbers) è una persona frustrata che ha bisogno di affermarsi addolorando altri e il mobbed si rivela una persona altrettanto frustrata che ha però “bisogno” di essere vittima, di cercare colpevoli e protettori. In entrambi i casi sembrerebbe mancare la presenza di un senso forte dell'azione personale.

Specifico di un essere umano dovrebbe essere infatti l' “agire per un fine”, cosa in realtà assai difficile e rara, profondamente legata alla nostra capacità di comprendere noi stessi e a quella di comprendere la realtà .

Un esempio “letterario”

Spesso ci comportiamo come quel personaggio di Guareschi che prima di partire, riceve così tante raccomandazioni dal padre perché stia molto attento a non farsi rubare la valigia che, scendendo dal battello, finisce per portarsi via anche la valigia di un altro.

Questa storiella è emblematica di ciò che accade nel mobbing: finché un essere umano è profondamente insicuro, frustrato, spaventato non può essere tranquillo per la propria valigia (proprio come un ragazzino al primo viaggio) e deve rassicurarsi rubando valigie altrui.

L'inquietudine nel mobbing

C'è una profonda inquietudine all'origine dei comportamenti tanto del mobber quanto del mobbed: il primo la risolve impadronendosi anche della valigia di un altro, l'altro lasciando che gli venga rubata la sua, cosa che comunque gli garantisce poi di non preoccuparsene più.

Entrambi creano dunque storie adatte alla loro fragilità: il mobber soffermandosi sulla propria abilità a “non farsi mettere i piedi in testa” o sulla propria abilità nel cogliere le debolezze altrui, il mobbed insistendo sulla cattiveria del mondo e sugli agiti persecutori subiti.

C'è quindi nel mobbing un profondo problema di narratizzazione, una reale incapacità di raccontare se stessi con parole e immagini personali e reali, a partire da sensazioni vere; emerge una forte difficoltà nel dare coerenza all'interpretazione del mondo, coerenza che implica la capacità di essere critici su qualsiasi cosa di sé stessi, anche sulle ovvietà.

Il “gioco” del mobbing vede gli aggressori fiutare le altrui segrete riserve di paura - cioè la storia sbagliata che gli altri si raccontano - e agire come mobbers poi per segrete paure personali, ovvero per la storia sbagliata che loro stessi si raccontano.

Quanto accade nel mobbing è profondamente legato alla natura umana: gli esseri umani sono organismi complessi, grandi e complicati oceani di energia che tendono a chiamare “io” una piccola baia di se stessi che tende ad escludere le sensazioni più profonde e vere del corpo. Ciò fa si che gran parte di quanto uno è rimanga completamente nell'ombra non solo per gli altri, ma anche per se stesso. Ciò che si pensa di essere e il modo in cui si strutturano la fantasia e l' interpretazione del mondo sono radicati nel nostro organismo, nelle nostre sensazioni, nelle nostre percezioni fisiche.

Come non è possibile avere una crisi di panico se si respira bene, così è impossibile essere un mobber senza alterare (ed essere alterati in qualche modo) nella percezione di sé stessi: solo un vero sviluppo della persona e dell'energia nella sua totalità preclude quindi il mobbing.

Il mobbing nella storia

Se si abituano quattro conigli a convivere in una gabbia e poi dopo qualche tempo se ne introduce un quinto, questo ultimo viene orrendamente massacrato: i conigli diventano belve sanguinarie. Questo fatto è così sicuro che veniva una volta usato per testare l'efficacia dei farmaci sedativi. I primi quattro animali venivano trattati col farmaco in esame, se il quinto coniglio non veniva sanguinosamente ucciso si concludeva che la nuova molecola era un buon calmante.

Alla base etologica del mobbing c'è qualcosa di simile. C'è in quasi tutti i mammiferi, anche i meno aggressivi, un profondo istinto che spinge “the mob” ad escludere l'estraneo; un'istinto che ha una certa sua utilità a diversi livelli dell'evoluzione ma che spesso non ha nessun senso. Nell'uomo poi gli istinti vanno sempre rivisti alla luce dell'evoluzione culturale e della ragionevolezza.

Il mobbing è uno di questi istinti sfuggito al controllo, è un qualcosa totalmente incongruo a qualsiasi fine reale.

Il mobber non è un guerriero che vincerà: non è un lupo mannaro, ma è un coniglio mannaro che a sua volta sarà preda di altri conigli o di qualche vero predatore; dal canto suo il mobbed non è un martire, ma solo un perdente in una lotta senza premi o comunque con premi assolutamente sproporzionati ai dolori e agli sforzi agiti.

Il mobber può anche accidentalmente perseguire fini positivi per un paese o per una azienda, ma ciò accade eventualmente per scelte oggettivamente corrette e nonostante il mobbing, non certo perchè il mobbing sia un vantaggio in sé . Anche il mobbed può talvolta portare con la sua situazione a risultati positivi ma anche questo accade in quanto egli può riuscire a muovere forze oggettive rilevanti e non certo in quanto vittima del coniglio mannaro .

C'è nel mobbing un tentativo di esprimere una volontà di potenza assoluta piuttosto che di ricercare e usare efficacemente il potere.

Concludendo si può dire che il mobbing è un fenomeno sia attivo che passivo e può essere visto come uno dei molti risultati di una “discordanza” tra i mutamenti sociali e tecnologici e la nostra capacità di comprenderli e viverli come veri soggetti.

Il mobbing resta una rilevante e inutile perdita di risorse e di energia per tutti, prima di tutto per i protagonisti, in quanto impegna in un modo o nell'altro molte persone, tempo e risorse per fini assolutamente irrilevanti e persegue un potere non reale ma inesistente e puramente simbolico.

“Affrontare” il mobbing

Il percorso logico che si è fin qui seguito porta a vedere il mobbing come annidato non nelle aziende ma nell'animo umano: non per caso uno dei fenomeni oggi più diffusi anche nelle scuole è il bullismo.

Per quanto detto pare che cambiamenti reali possano nascere non solo con regolamenti e controlli (pure necessari, come argini, si badi bene) ma con una fine opera di formazione collettiva che richiede: 1) attenzione al linguaggio con cui ci si racconta la vita, 2) attenzione alle nostre sensazioni personali e alle basi soggettive del nostro mondo fantastico, 3) attenzione al momento storico in cui si vive 4) attenzione alla nostra capacità e volontà di distinguere con chiarezza nella nostra vita gli elementi soggettivi da quelli oggettivi e 5) alla nostra volontà e capacità di perseguire realisticamente dei fini oggettivi.

 

Dottor Guido Giorgio Ligabò, medico, psicologo,psicoterapeuta